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Dall’interpretazione alla comprensione dello Yoga

di Elena Marano

Lo Yoga del terzo millennio

Ci sono concetti e pratiche Yoga che ormai in Occidente sono diventati talmente noti  che sembra ci siano appartenuti da sempre ; ma quanto di ciò che noi chiamiamo Yoga e pratichiamo di esso è limitato dalla nostra interpretazione ? Ovvero, lo abbiamo realmente compreso, tutto o solo una parte di esso, o lo abbiamo interpretato con il nostro modo di concepire la vita in occidente?  Yoga significa ‘unione’, cioè il movimento del ’due verso l’Uno’ , dove il ‘due’ è la visione distorta o illusoria del mondo (quella che gli indiani chiamano Maya) che ci porta a considerare separati gli oggetti che ci circondano, che ci fa percepire la materia come qualcosa di concreto e non come un’insieme di atomi costituiti per lo più da spazio vuoto; probabilmente la comprensione dello Yoga si nasconde dietro quegli  schemi da cui lo osserviamo e interpretiamo, essendo, la nostra,  una società che si riconosce nel ‘Due’.   Lo Yoga non è comprensibile, ad esempio, se rimaniamo sul piano fisico; nello Yoga ci si muove nello spazio degli atomi e oltre, nel subatomico, in cui le leggi della fisica classica decadono. Si deve ricorrere alle leggi e ai paradossi della fisica quantistica per comprendere il funzionamento dello Yoga. Nel momento in cui prendiamo una forma assumiamo una vibrazione del corpo riferita a quella forma, diveniamo un suono; ogni vibrazione interagisce in noi a livello subatomico, ed ecco che un Asana diviene una potenza trasformatrice del nostro essere. Perché l’azione sia possibile la mente non deve interferire; qui c’è il grosso salto da fare: finché  viviamo un Asana rimanendo nella mente essa non può arrivare a lavorare fino al piano subatomico, perché la mente crea pensieri che sono vibrazioni che in qualche modo ostacolano quelle della forma assunta. Lo Yoga nasce per modificare la nostra struttura fino a livello di DNA, per permettere un cambio della qualità della materia e renderla accessibile a contattare ‘il divino che è in noi’.
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 La materia, e ciò che riusciamo a vedere di essa, le leggi della fisica classica, appartengono, secondo la teoria di Bohm, all’ordine esplicito del mondo, ma l’azione dello Yoga ci porta in diretta interazione con l’ordine implicito della nostra natura , e quindi di ciò che ci circonda, e perciò rende possibile una trasformazione di essa, come ipotizzata da  Aurobinodo, Mère,  Gurdjieff e dall’autore di uno dei testi di riferimento  più importanti  per lo Yoga: gli “Yoga Sutra” di Patanjali.
Nel Vuoto Quantomeccanico di Massimo Corbucci c’è l’eterna potenzialità della nostra Natura in cui ,avendo la chiave giusta, si può dare accesso a nuovi modi di essere. Questo lo Yoga lo sapeva bene, non a caso il percorso era per pochi e sotto la guida di un maestro. In questi tempi di profonda trasformazione, in cui sembra più probabile l’accesso a una nuova forma di esistenza per l’essere umano, lo Yoga ha preso piede ovunque e fin’ora per lo più secondo la nostra interpretazione, ora è questione di ricercare il senso più profondo, ‘implicito’, dello Yoga ed essere pronti  ad avviarci verso la nostra trasformazione. Aurobindo e Mère dicono che l’innesco di una forza dall’interno deve avvenire con un corpo e una mente pronti ad accoglierla, perché, aggiungo io, è necessaria la coscienza di un corpo-mente per determinare la stabilità di questa nuova forza sulla Terra. 
Nel percorso dello Yoga, in particolare mi riferisco al testo ’Yoga Sutra’ di Patanjali, c’è un ordine di progressione, cioè dalle pratiche di Asana in un certo stato di presenza mentale ad alcune particolari pratiche di respiro, si va via via attivando nuove capacità percettive, di rifornimento di energia cellulare, attivando piani diversi del nostro essere e questo, dice Patanjali, ci prepara alla pratica di Dharana, tradotta come ‘concentrazione’. Cosa accade quando una mente ordinaria, che non ha ancora attinto al suo ordine implicito, si pone nella concentrazione? Spesso accade che il corpo scompaia, a volte appaiono pensieri, ma poi si cerca di tornare all’oggetto di interesse, al respiro per rimanere collegati al  momento presente assaggiando istanti di reale presenza e relazione con esso (l’oggetto), ma per lo più sfuggenti e difficilmente richiamabili con uno stato di coscienza perché non realmente propri. Una mente che ha fatto il percorso dalle Asana al Pranayama accedendo ai piani sottili, ‘impliciti’, del proprio essere diviene automaticamente un tutt’uno con l’oggetto, assume la vibrazione dell’oggetto e quindi l’azione diviene cellulare, atomica, sub-atomica; i pensieri che affiorano scivolano facilmente via perché la persona è in grado di richiamare lo stato di concentrazione – relazione - vibrazione con l’oggetto di interesse. Naturalmente la concentrazione diviene meditazione, cioè non esiste più separazione tra l’io che osserva e l’oggetto osservato e lì si perde ogni riferimento e si entra nel Samadhi, una mente senza riferimento alcuno nel proprio centro, nel corpo, ma in uno spazio ‘implicito’ del nostro corpo. In quello spazio la mente diviene ‘illuminata’ , cioè cambia di qualità.
Facendo proprio il concetto che ‘lo spirito è già presente nella materia’ [Aurobindo],  lo Yoga insegna che non si cambia la propria natura portandosi in spazi al di fuori di essa, ma dal di dentro, partendo dal corpo e, mano a mano che aumenta la coscienza che non c’è separazione tra il corpo fisico e i corpi sottili,  automaticamente il lavoro si espande nei piani sottili, aumentando la propria forza fisica e di gestione del proprio spazio vitale, attuando ciò che si auspica lo Yoga di Aurobindo e di Mère: un corpo, un mentale e un vitale che si allineano con la forza della coscienza da cui poi si può accogliere il sovra mentale.  Lo Yoga è davvero la via dell’unione tra il mondo dei piani inferiori, corpo fisico,  corpo pranico e corpo mentale, con il mondo dei piani superiori, coscienza o mondo psichico. In questo modo la materia diviene in grado di accogliere le forze ‘sovramentali’. 
Muoversi nello Yoga con lo stato di coscienza che c’è unione tra i diversi piani/corpi dell’uomo, non può che  modificare il nostro ‘fare Yoga’: un’azione sul piano fisico implica una reazione sui piani sottili e un pensiero, che esiste sul piano mentale, non può non influenzare una postura fisica, tanto maggiormente quanto maggiormente ci muoviamo sul piano della consapevolezza.  Vivere lo Yoga alla luce dei concetti della nuova fisica quantistica, cioè della non separazione, della simultaneità di eventi apparentemente separati, non è altro che vivere lo Yoga nel concetto dell’unione, forse più vicino allo Yoga delle origini .

In questo modo è possibile assaporare appieno  la straordinarietà di questa disciplina che si può considerare tra le discipline pratiche più complete per portare l’uomo, e quindi ciò che inevitabilmente si porta con sé, la materia ( Prakriti nella filosofia indiana) ,e quindi la Terra, ad un altro livello di vibrazione.

 

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