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Introduzione teorico-pratica allo Yoga secondo Patanjali

Lo Yoga secondo Patanjali è lo Yoga del 'citta vritti nirodah', ovvero della 'cessazione delle fluttuazioni della mente' o meglio 'la cessazione (dell'identificazione) con le fluttuazioni della mente'. E', quindi, uno Yoga in cui la mente, i suoi meccanismi e come uscire da essi sono in primo piano. Patanjali spiega l'origine della sofferenza nell'ignoranza di ciò che è; nell'identificarsi con un 'io' che si riconosce nei pensieri contrari e nelle emozioni che vive. Nel secondo libro degli Yoga sutra Patanjali indica la via dell'Astangayoga, la via yogica più conosciuta in Occidente. Questa introduzione teorico-pratica allo yoga di Patanjali focalizza l'attenzione sulla pratica di Asana e Pranayama, come vie sperimentali di accesso alla conoscenza della nostra mente e ad altri stati di coscienza.

Asana e Pranayama

Asana: le posizioni sono quelle classiche (Trikonasana, Parvrtti Trikonasana, Matsyendrasana, Gomukasana, Halasana), ma nella loro esecuzione si cerca di tenere l'allievo il più possibile nell'unità corpo-mente. E' solo in questa unità che ci si può considerare in un asana e, per mantenerla, le indicazioni di Patanjali sono chiare: una posizione stabile e comoda in cui gradualmente si annullano le tensioni. La mente nell'asana è spettatrice consapevole. La durata dell'asana non è più percepita nello scorrerre del tempo, ma solo nell' istante presente.

 

Pranayama: le pratiche proposte sono: respiro yogico completo; Kapalabhati; Nadi shodana; alcuni bandha: Jalandarabandha, Mulabandha; infine, l'introduzione al Kumbhaka. Il Pranayama si esegue cercando di mantenere l'unità mente-corpo che, con gli asana, ha iniziato ad instaurarsi; in questo modo si stimola il corpo e il cervello ad attingere a nuove potenzialità iniziando a sperimentare nuovi stati di coscienza.

Teoria del vibrazionale

Il mondo che ci circonda può essere visto come fatto di forme, che analizzando più nel dettaglio sono un insieme di piccolissime parti, che la scienza chiama atomi. Tali parti infinitesimali sono costituiti a loro volta di particelle in movimento, elettroni, in uno spazio vuoto. La scienza ci dice che le forme, e quindi anche noi, sono per lo più fatte di vuoto; che ciò che noi chiamiamo contatto non è altro che una traduzione della nostra mente di una repulsione che avviene a livello atomico come quando due calamite con la stessa polarità vengono avvicinate; che vedere è eccitare le cellule retiniche attraverso fotoni, particelle o onde elettromagnetiche. Allora ciò che noi chiamiamo percezione attraverso i cinque sensi, su cui basiamo la nostra vita, risulta tanto astratta quanto quella che stiamo per introdurre: la percezione vibrazionale. Questo termine significa percepire, del mondo che ci circonda, il campo elettromagnetico che emana ogni forma vivente. E' possibile percepire un oggetto anche solo richiamandolo alla mente, basta aver avuto una volta un contatto con esso. Ma lo Yoga di Patanjali davvero vorrebbe portarci verso tale capacità percettiva? In realtà lo Yoga porta oltre tale capacità, ma essa viene acquisita durante il percorso, ed è preliminare per proseguire nelle pratiche di contemplazione- meditazione. A mio parere tale capacità viene acquisita dopo il Pranayama, cioè nel Pratyahara. Non è propriamente corretto parlare di acquisizione, sarebbe più corretto parlare di risveglio della capacità di percepire il campo elettromagnetico di ciò che ci circonda; infatti tale capacità è naturale; è quella che usano gli animali: provate a guardare un gatto che salta su un tavolino pieno di oggetti e vedrete che posizionerà le zampe esattamente tra un oggetto e l'altro senza rompere niente, come se avesse avuto le coordinate esatte di ogni oggetto sul tavolo, anche senza vederli direttamente. Il gatto si è mosso con il senso corporeo, e non con la mente che gli diceva: "stai attento che potresti rompere qualcosa". Finchè ci muoviamo attraverso la mente e non attraverso le informazioni elettromagnetiche che arrivano al corpo, ci muoviamo nel giudizio, nella paura di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. La mente è un processo e, perciò, si deve continuamente muovere; di fronte ad un oggetto si muove tra i ricordi di esso, del suo nome e delle associazioni che lo riguardano, oscillando contiunuamente tra ieri e domani, senza prendere realmente contatto con l'oggetto presente. Osho dice che nel momento presente la mente muore perchè non c'è movimento; questo spiega perchè nell'asana, quando si crea l'unità mente-corpo cessano, come dice Patanjali (Yoga Sutra, II, 48), i pensieri contrari, perchè cessa il movimento della mente. Se ci muovessimo nel mondo con il corpo che continuamente informa la mente di ciò che gli arriva, saremmo veramente nel qui ed ora.

 

 
 

 

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